Mattarella blocca il decreto Sicurezza sul bonus rimpatri

Il Decreto Sicurezza approda nell’Aula della Camera, ma la marcia del Governo sembra essersi trasformata in un percorso a ostacoli tra veti costituzionali e tempi tecnici ridotti all’osso. Questa mattina alle 9, il provvedimento è arrivato senza mandato al relatore: un segnale chiaro di una maggioranza che non ha ancora trovato la quadra, stretta tra l’ostruzionismo delle opposizioni e il “no” secco che filtra dal Quirinale.

Il “Paletto” del Quirinale: la difesa non è in vendita

Il cuore del conflitto è un emendamento che ha fatto saltare sulla sedia giuristi e costituzionalisti: la previsione di un compenso di 615 euro per gli avvocati che agevolano il rimpatrio volontario dei propri assistiti migranti. Per il Colle, la questione non è economica, ma di principio.

Il messaggio che rimbalza dal Quirinale è netto: Sergio Mattarella non firmerà la legge se questa norma resterà invariata. Il motivo? La misura trasformerebbe il difensore in un esecutore della volontà governativa, minando alla base il diritto costituzionale alla difesa. L’avvocato, secondo i rilievi del Colle, deve tutelare l’assistito, non essere incentivato dallo Stato a facilitarne l’allontanamento.

Il vicolo cieco del calendario

Il Governo si trova ora in una trappola temporale. Il decreto scade sabato 25 aprile, nel giorno della Liberazione. Qualsiasi modifica sostanziale oggi comporterebbe un nuovo passaggio al Senato, un “ping-pong” parlamentare che, con l’ostruzionismo già annunciato, renderebbe impossibile la conversione in legge entro il termine ultimo.

Tra le ipotesi sul tavolo è spuntata quella di un “decreto stralcio” per abrogare la norma contestata subito dopo la conversione, ma la mossa è giudicata “scivolosa” e rischia di essere vista come un’ulteriore forzatura dei rapporti istituzionali.

L’affondo delle Opposizioni: “Governo in stato confusionale”

Le opposizioni non hanno perso l’occasione per colpire la maggioranza nel momento di massima difficoltà. La segretaria del PD, Elly Schlein, ha usato parole durissime:

“Il centrodestra è in stato confusionale. Tentano di costringere gli avvocati a farsi esecutori della volontà politica. Meloni deve ricordare che gli avvocati difendono i diritti degli assistiti, non del governo di turno”.

Sulla stessa linea Simona Bonafè, che ha definito la norma un “obbrobrio” e un esempio di “degrado istituzionale”, rigettando l’idea di risolvere la questione con un semplice ordine del giorno: “È ridicolo pensare di superare criticità di questo calibro con un impegno formale che non ha valore di legge”.

Scenari incerti

Il Governo si presenta dunque in Aula con l’arma della fiducia come unico strumento per blindare il testo, ma con la consapevolezza che, senza una correzione reale, il passaggio al Quirinale potrebbe concludersi con un rinvio alle Camere. Ogni ora che passa, il rischio che il decreto perda efficacia aumenta, aprendo una voragine politica che il centrodestra, in questo momento, non sembra poter gestire con serenità. La partita si chiuderà entro sabato, ma la ferita nei rapporti tra istituzioni e avvocatura è già profonda.