“Autoritaria e impossibile!”. Attacco frontale alla von der Leyen: tutta la verità

Le istituzioni europee sono spesso descritte come una macchina complessa ma oliata dalla diplomazia. Tuttavia, dietro i sorrisi di facciata e i comunicati congiunti, si è consumata per anni una frattura profonda tra i due vertici massimi dell’Unione. A squarciare il velo è Charles Michel, ex Presidente del Consiglio europeo, che in una recente e durissima analisi ha ripercorso le ombre del suo mandato e i rapporti tesi con la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

Una frattura istituzionale senza precedenti

Il racconto di Michel non usa giri di parole, pur mantenendo il decoro del rango ricoperto. Il rapporto con la guida della Commissione viene definito “estremamente difficile”, segnato da una cronica mancanza di coordinamento che avrebbe zavorrato l’azione politica comunitaria.

“Non avevo mai sperimentato un livello di difficoltà simile nella collaborazione con un collega”, ha confessato Michel, riferendosi al periodo 2019-2024.

Una dichiarazione che pesa come un macigno, poiché evidenzia come le frizioni personali e operative tra i “due presidenti” abbiano rischiato di paralizzare i processi decisionali in una fase storica delicatissima.

L’accusa di autoritarismo e accentramento

Il cuore della critica di Michel non riguarda solo l’empatia personale, ma lo stile di governo impresso da Von der Leyen a Palazzo Berlaymont. L’ex premier belga punta il dito contro una gestione definita “autoritaria”, caratterizzata da un progressivo accentramento del potere nelle mani della Presidente.

Secondo Michel, questa dinamica avrebbe svuotato di senso il collegio dei Commissari, riducendo il peso politico dei singoli rappresentanti nazionali e alterando il delicato equilibrio di governance su cui si fonda l’Unione. Un approccio “solitario” che, secondo il suo punto di vista, avrebbe minato la collegialità necessaria per affrontare le sfide strategiche del continente.

Bilancio impietoso: «Risultato zero, è una tragedia»

Se il giudizio sulla gestione interna è severo, quello sui risultati politici è tranchant. Michel analizza i dossier chiave dell’ultimo quinquennio e il verdetto è una bocciatura su tutta la linea:

  • Mercato unico e finanza: Obiettivi mancati o rallentati da visioni divergenti.

  • Difesa comune: Il dossier più critico, dove la risposta europea è stata giudicata insufficiente.

  • Relazioni con gli USA: La necessità di una posizione europea più decisa, spesso sacrificata sull’altare di un asse troppo sbilanciato verso Washington.

“Il risultato è zero, ed è una tragedia”, ha sentenziato Michel, sintetizzando il fallimento nel trasformare l’Europa in un attore geopolitico davvero autonomo e incisivo.

Il futuro del progetto europeo

Oggi Michel, libero da incarichi istituzionali diretti e attivo come accademico e consulente internazionale, osserva l’Unione da una posizione privilegiata. Le sue parole riaprono un dibattito fondamentale: può l’Europa sopravvivere e prosperare se i suoi vertici non riescono a trovare una sintesi operativa?

In un contesto globale sempre più competitivo e frammentato, la testimonianza di Michel serve da monito per la nuova legislatura. La coesione tra le istituzioni non è solo una questione di etichetta diplomatica, ma il requisito essenziale per evitare che l’ambizione del progetto europeo si scontri con la realtà di una paralisi interna.