“Assassini in tv a dire falsità”. Banda Uno Bianca, lo sfogo durissimo del figlio di una vittima

Torna a far discutere il caso della Banda della Uno Bianca, il gruppo criminale responsabile di una serie di omicidi, rapine e attentati che tra gli anni Ottanta e Novanta sconvolsero l’Italia, in particolare l’Emilia-Romagna e le Marche. La recente intervista di Roberto Savi, ex poliziotto e capo del gruppo, ha riacceso il dibattito, alimentando nuove polemiche e sollevando interrogativi ancora irrisolti sulla verità di quella drammatica stagione della storia italiana.
Savi, intervistato di recente in televisione, ha sostenuto che la banda avrebbe goduto di coperture e protezioni da parte di apparati deviati e di soggetti esterni, ipotesi che ha riaperto le discussioni su possibili collusioni e depistaggi. Le sue dichiarazioni hanno sollevato un acceso dibattito pubblico e hanno provocato reazioni anche tra le famiglie delle vittime.
Tra queste, si distingue l’intervento di Alberto Capolungo, figlio di Pietro Capolungo, carabiniere in pensione ucciso nel 1991 durante la strage dell’armeria di via Volturno a Bologna. Durante la cerimonia al Senato in occasione del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, Capolungo ha lanciato un duro attacco agli ex membri della banda, accusandoli di continuare a mentire pubblicamente e di ostacolare la ricerca della verità.
“Continuano a depistare”, ha dichiarato Capolungo, sottolineando che le indagini sono ancora in corso e che le dichiarazioni di Savi e di altri ex criminali contribuiscono a creare confusione e sospetti infondati. Le sue parole sono un chiaro richiamo a non lasciarsi ingannare da false verità e a non perdere di vista l’obiettivo di fare piena luce sui fatti.
Il figlio della vittima ha anche invitato i giovani a conoscere e studiare quella stagione oscura, definendola “una maledetta storia” in cui convivono “il meglio e il peggio dell’umanità”. Da un lato, uomini che hanno tradito lo Stato e l’uniforme per la violenza; dall’altro, persone che hanno sacrificato la propria vita nel rispetto del dovere.
Il ricordo delle vittime e il peso delle verità mai chiarite
Capolungo ha ricordato anche le responsabilità di chi avrebbe dovuto contribuire alle indagini, sottolineando come alcune omissioni e condotte poco accurate abbiano potuto influire sull’esito delle indagini e sulla cattura dei colpevoli. La questione delle coperture e dei depistaggi resta centrale, alimentando sospetti ancora oggi irrisolti su collegamenti tra criminalità e apparati deviati.
La Banda della Uno Bianca, composta in gran parte da appartenenti alle forze dell’ordine, seminò il panico tra il 1987 e il 1994, lasciando dietro di sé decine di vittime innocenti. Nonostante siano stati condannati alcuni responsabili, ancora oggi permangono interrogativi su eventuali collusioni e su chi, eventualmente, abbia favorito o coperto le attività criminali.
Per i familiari delle vittime, il punto fondamentale è evitare che il racconto pubblico venga distorto o utilizzato come strumento di depistaggio. Capolungo ha concluso il suo intervento ribadendo la volontà di lottare per la verità e il rispetto di chi ha perso la vita, senza lasciarsi intimidire.
Un dibattito ancora aperto
Le dichiarazioni di Roberto Savi e le parole di Capolungo hanno riacceso un dibattito che si protrae da decenni, tra richieste di verità e di giustizia e il peso di un passato ancora avvolto da ombre. La vicenda della Banda della Uno Bianca resta una pagina oscura della nostra storia, e il desiderio di fare piena luce su quei fatti è più forte che mai.