Perché la sinistra sta con Gaza: la verità che in pochi raccontano

Il rapporto tra la sinistra italiana e la causa palestinese non è il frutto di un’emozione passeggera, né una posizione nata sull’onda delle emergenze cronachistiche. È, al contrario, un filone profondo che attraversa la storia della Repubblica, evolvendosi da strategia geopolitica a pilastro identitario. Per capire perché le bandiere palestinesi siano una presenza costante nelle piazze progressiste, occorre scavare nelle trasformazioni della sinistra negli ultimi sessant’anni.

La Prima Repubblica: Il Mediterraneo come scacchiere

Negli anni d’oro della Prima Repubblica, il sostegno ai palestinesi era una tessera di un mosaico molto più ampio: la lotta al colonialismo e all’imperialismo occidentale.

  • L’eredità del PCI: Il Partito Comunista Italiano vedeva nelle lotte di liberazione nazionale (dal Vietnam all’Algeria, fino alla Palestina) una naturale estensione della lotta di classe. Il popolo palestinese era il “proletariato delle nazioni”, oppresso da un sistema che faceva capo al blocco occidentale.

  • L’eccezione italiana: Curiosamente, il filo-arabismo non era un’esclusiva della sinistra. Anche la Democrazia Cristiana, guidata da visioni come quella di Enrico Mattei, coltivava rapporti stretti con il mondo arabo. Se per la sinistra era una scelta ideologica, per la DC era una necessità strategica ed energetica, volta a rendere l’Italia un ponte tra l’Europa e i produttori di petrolio.

Dal Proletariato al “Terzomondismo”

Con il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, la sinistra ha dovuto cambiare pelle. Venuto meno il riferimento classico alla classe operaia delle fabbriche, il mondo progressista ha cercato nuovi soggetti da difendere.

È qui che nasce il terzomondismo moderno. La causa palestinese ha smesso di essere solo una questione di confini per diventare un simbolo universale:

  1. L’asimmetria del conflitto: La percezione di uno scontro tra un esercito iper-tecnologico e un popolo privo di Stato ha trasformato i palestinesi nell’icona globale degli oppressi.

  2. Diritti e autodeterminazione: Il conflitto è diventato il banco di prova per le battaglie sui diritti umani e contro le disuguaglianze globali, trovando terreno fertile nei movimenti studenteschi e nelle accademie.

Il paradosso economico e la realtà di Gaza

L’articolo analizza poi la situazione specifica della Striscia di Gaza, descritta come un territorio sospeso tra dipendenza e conflitto. La realtà economica di Gaza riflette una frattura profonda:

“Gaza è un territorio segnato da una dipendenza strutturale. Per anni, la sua forza lavoro ha cercato ossigeno nei livelli salariali più alti di Israele, evidenziando lo squilibrio tra due realtà geograficamente contigue ma separate da abissi di sviluppo.”

Questa fragilità economica, unita a un’esposizione costante alla violenza — che vede contrapposti da un lato l’apparato militare israeliano e dall’altro l’attivismo dei gruppi armati locali — alimenta quella narrazione di “ingiustizia storica” che tanto risuona nella sensibilità della sinistra contemporanea.

Un’eredità in cerca di sintesi

Oggi, la posizione della sinistra non è monolitica. Il dibattito interno è acceso e riflette diverse anime:

  • L’anima umanitaria: Focalizzata sulla crisi dei diritti e sulla protezione dei civili.

  • L’anima politica: Più attenta agli equilibri di sicurezza e alla soluzione “due popoli, due Stati”.

In conclusione, il legame tra la sinistra e la Palestina è lo specchio di un’evoluzione culturale. Se un tempo era una questione di blocchi contrapposti (Est contro Ovest), oggi è una questione di identità: la difesa del “margine” contro il “centro”, del popolo senza Stato contro la potenza costituita. Comprendere queste radici è l’unico modo per andare oltre gli slogan e cogliere la complessità di una delle passioni politiche più tenaci del nostro tempo.