Terremoto Myanmar, ecco come sono possibili i danni a 1.300 km di distanza

Le forze della natura si stanno scatenando con una potenza impressionante, lasciando dietro di sé paura. In questo articolo, esploreremo come questi fenomeni possono verificarsi, quali sono i rischi per le comunità coinvolte e quali sono le previsioni per il futuro.

I fenomeni naturali come cicloni e terremoti rappresentano una delle maggiori sfide per l’umanità. La loro imprevedibilità con cui si manifestano lasciano spesso poco tempo per reagire e mettersi al sicuro. Ma come si originano questi eventi e perché?

I cicloni tropicali, ad esempio, si formano quando l’aria calda e umida sale rapidamente dall’oceano, formando nubi temporalesche che, ruotando, generano venti di estrema intensità. Possono provocare inondazioni, frane e gravi danni alle infrastrutture. Dall’altra parte, i terremoti si verificano quando l’energia accumulata tra le placche tettoniche viene rilasciata improvvisamente, scuotendo la terra e causando crolli.

Il numero di cicloni e terremoti è in aumento negli ultimi decenni, e molti esperti collegano questo fenomeno ai cambiamenti climatici. L’innalzamento delle temperature oceaniche alimenta la formazione di cicloni sempre più potenti, mentre lo spostamento delle placche tettoniche continua a provocare scosse sismiche in aree già a rischio.

La prevenzione e la preparazione sono fondamentali per affrontare queste catastrofi naturali. Purtroppo, in molte aree del mondo le strutture non sono adeguatamente costruite per resistere a eventi così estremi, mettendo a rischio milioni di vite. Inoltre, la mancanza di piani di evacuazione efficaci può aggravare le conseguenze. Cosa sta succedendo in Myanmar? 

Il bilancio del terremoto in Myanmar sale. Lo fa sapere la giunta militare del paese, mentre secondo le stime dello United States Geological Survey (Usgs) il conto finale dei decessi potrebbe arrivare a 10 mila. Ma cosa ha provocato le due scosse di magnitudo 7.7 e 6.4, 300 volte più forti di quelle di Amatrice? Una scossa così forte da aver provocato crolli a 1.300 chilometri di distanza? Gli esperti puntano il dito sulla faglia di Saigang.

«Non è spiegabile che un terremoto provochi danni a oltre mille chilometri. A meno che non si ipotizzi un fenomeno di amplificazione locale: e in effetti Bangkok è costruita su giacimenti alluvionali in prossimità della riva del mare. Un contesto geologico che può aver amplificato una scossa arrivata da così lontano», dice oggi a Repubblica Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. La placca indiana, premendo verso Nord-Nordest, ha generato l’Himalaya.

Per adattarsi a tutto questo movimento laterale, si sono formate delle faglie che consentono alle placche tettoniche di scivolare lateralmente. È una di queste», dice Rebecca Bell, esperta di Tettonica all’Imperial College di Londra.

La faglia di Sagaing ha la caratteristica di essere dritta come una linea retta. Proprio per questo i terremoti che genera possono investire grandi aree. «E più grande è l’area della faglia, più forte è il terremoto. Non a caso ci sono stati sei terremoti di magnitudo 7 o superiore in questa regione nell’ultimo secolo», conclude Bell.

Secondo gli scienziati dell’università di Chulalongkorn la faglia accumula energia per lunghi periodi prima di rilasciarla. Ora entra in gioco la legge di Omori, che prende il nome dal geofisico giapponese che spiegò come dopo un grave evento sismico ha luogo un decadimento della magnitudo fino all’azzeramento. Poi la faglia riprende ad accumulare energia. In attesa della prossima scossa.

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