Maldive, il mistero dei cinque sub morti: “Così l’ossigeno può diventare veleno sott’acqua”

Una delle ipotesi più accreditate dietro la morte dei cinque sub durante un’immersione nelle acque delle Maldive è quella della tossicità dell’ossigeno, un fenomeno raro ma ben conosciuto nel mondo delle immersioni tecniche profonde. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire quanto accaduto nell’Oceano Indiano, mentre gli esperti spiegano i possibili rischi legati alla respirazione in profondità.

Secondo Maurizio Uras, dive master esperto e titolare del dive center “L’Argonauta” di Cala Gonone, il problema potrebbe essere nato da una miscela respiratoria non adeguata alla quota raggiunta. “Se la miscela della bombola non è adeguata, l’ossigeno a certe profondità diventa tossico”, ha spiegato.

Durante un’immersione, infatti, la pressione aumenta progressivamente: ogni dieci metri sott’acqua il corpo subisce una pressione maggiore e cresce anche la pressione parziale dei gas respirati. Nelle normali bombole ad aria compressa l’ossigeno rappresenta circa il 21% della miscela, ma oltre determinate profondità quella concentrazione può trasformarsi in un pericolo.

Gli esperti spiegano che nelle immersioni tecniche profonde vengono utilizzate miscele speciali, con percentuali ridotte di ossigeno e azoto e una maggiore presenza di elio, proprio per evitare effetti tossici. Superata la soglia di sicurezza, generalmente compresa tra 1,4 e 1,6 bar di pressione parziale dell’ossigeno, possono comparire sintomi improvvisi e gravissimi: convulsioni, spasmi muscolari, perdita di controllo motorio e perfino problemi cardiaci.

Secondo Uras, sopra i 70 metri il rischio diventa particolarmente elevato. In un ambiente estremo come quello oceanico bastano pochi istanti di difficoltà per trasformare un problema tecnico in una tragedia.

Resta però un elemento che continua a interrogare gli stessi operatori del settore: il fatto che tutti e cinque i sub possano essersi sentiti male contemporaneamente. “Mi stupisce che si possano essere sentiti male tutti e cinque assieme nello stesso momento”, ha osservato l’esperto, sottolineando come, se il gruppo fosse composto da sub esperti, i controlli preliminari sulle miscele e sui parametri dell’immersione avrebbero dovuto essere accurati.

Accanto alla pista della tossicità dell’ossigeno, gli specialisti invitano anche a considerare le condizioni ambientali dell’Oceano Indiano. Le acque delle Maldive, pur spettacolari, possono essere estremamente insidiose: correnti molto forti, cambi improvvisi di direzione e condizioni meteo variabili rappresentano un rischio anche per subacquei preparati.

“Il Mediterraneo tutto sommato è un mare tranquillo. Lì ci sono correnti che possono trascinare da una parte all’altra”, ha spiegato Uras. Un fattore che potrebbe aver aggravato eventuali difficoltà tecniche o fisiche durante la discesa o la risalita.

La tragedia riporta così l’attenzione sui rischi delle immersioni profonde, un’attività che richiede preparazione avanzata, attrezzature specifiche e controlli rigorosi. Nonostante la tecnologia e l’esperienza possano ridurre i pericoli, il margine di rischio in ambienti estremi non può mai essere eliminato completamente.